| Primo Piano |
Edizione:
25/4/2004
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di:
Maria Teresa Antognazza
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Famiglie in rete per i minori
Abbiamo incontrato alcuni esperti del privato sociale e delle
associazioni familiari per capire come attrezzarsi in vista del
cambiamento in atto
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Sono più le domande che le
risposte rispetto alla situazione che si verrà a creare alla fine del
2006, con la definitiva chiusura di tutti gli Istituti per i minori,
anche se alcune linee guida sono facilmente condivisibili. Ne abbiamo
ragionato con alcuni “esperti” del territorio, rappresentanti delle
associazioni e del privato sociale: Silvano Basilli, direttore del
Villaggio Sos di Morosolo; Patrizia Corbo e Claudia Dato, fondatrici e
responsabili della Comunità alloggio per minori “Piccolo Principe” di
Busto Arsizio; Antonella Rossi, coordinatrice dei progetti
dell’Associazione famiglie adottive insieme per la vita Onlus di
Arcisate. «Quella della chiusura definitiva degli Istituti – spiega
Basilli - non è una scadenza che ci fa paura. In realtà, il processo di
trasformazione di queste realtà tradizionalmente votate al ricovero e
all’assistenza degli orfani o dei bambini disagiati è in atto da alcuni
anni e nella nostra provincia esiste solo un Istituto, la “Mater
orphanorum” di Comabbio, esso pure in via di ristrutturazione. In tutta
la Lombardia restano aperti 8 centri per un totale di 190 minori
ricoverati. Il grosso degli oltre 2600 bambini istituzionalizzati è al
sud e nelle isole. Starà a noi attrezzarci perché alla fine il
passaggio dei ragazzi dall’Istituto a un’altra realtà sia il più
possibile indolore».
Fatta chiarezza sui termini della questione, il dibattito si sposta
sulle strade più opportune per gestire oggi il tema dei minori in
condizioni di disagio, abusati e maltrattati. «È un terreno su cui –
per Patrizia Corbo – bisogna avere il coraggio di spendere molto per
spendere meno, cioè meglio, senza sprechi. Sembra un paradosso ma è
così». In effetti, come documenta Antonella Rossi, chi arriva in
comunità è solo la punta dell’iceberg: «In capo alla Valceresio, dove
opera l’Afaiv, ci sono circa 100 minori segnalati ai servizi. Quindi il
disagio è molto esteso e riguarda le famiglie al loro interno». Ed è
proprio su questo soggetto che tutta la società, dalle istituzioni al
privato sociale, deve puntare la propria attenzione. «La famiglia è la
prima risorsa», concordano tutti i nostri ospiti, visto che le stesse
comunità si basano sul principio di “fare famiglia con i propri ragazzi
per poter rientrare nelle famiglie d’origine”. Ma si tratta di una
“risorsa” troppo debole se lasciata sola: bisogna «lavorare tutti
insieme, enti locali, comunità di accoglienza, associazioni familiari,
affinché sia possibile sostenerla e renderla capace di contribuire, da
un lato a risolvere situazioni di disagio, e dall’altro ad operare
affinché neppure si manifestino». Si apre qui tutto il discorso
relativo all’affido e all’adozione. La legge che ha riordinato questa
materia segnala un mutamento culturale che attribuisce maggiore valore
e centralità alla famiglia. Ma il disagio dei minori, per i quali il
Tribunale decreta l’allontanamento dalla famiglia d’origine, spesso a
causa di maltrattamenti e abusi, è tanto grande da diventare esplosivo
se dato in carico esclusivamente a un’altra famiglia, mossa solo dalla
“buona volontà”. «È sbagliato – commenta Basilli – chiudere gli occhi
davanti a una necessità economica per cui i Comuni ricorrono
all’affido. La presenza di un minore disastrato in una famiglia
affidataria può essere esplosiva. La disponibilità all’affido deve
essere sostenuta, preparata e accompagnata dai Servizi sociali, da
esperti veri e propri. Possiamo pensare – aggiunge la Corbo – a delle
figure facilitanti, in grado di gestire anche un pronto intervento».
«Sul terreno dell’adozione e dell’affido – concorda la Rossi – si è
fatta molta strada. Ma è necessario che la famiglia sia attrezzata a
ricevere un bambino, soprattutto se si tratta di un’adozione
internazionale. Di tanti minori dati in adozione purtroppo troppi
vengono respinti. E questa – aggiunge la Corbo – è l’ultima cosa di cui
hanno bisogno questi bambini».
Allora qual è la strada? Dalle parole dei nostri interlocutori si
confermano con molta chiarezza due piste fondamentali di lavoro. La
prima riguarda l’assoluta necessità di mettersi insieme, fare rete,
aprire una “contrattazione sociale”: suona come un appello alle
istituzioni innanzitutto e poi alle diverse realtà del territorio a
formare un tavolo di confronto, a coordinare le risorse e le
esperienze, soprattutto in vista dell’applicazione dei Piani di zona e
del passaggio di competenze dall’Asl ai Comuni in materia di
affidamento dei minori. Ancora non si sa quali risorse finanziarie e
professionali gli Enti locali potranno e vorranno mettere a servizio
dei minori. Quindi occorre muoversi, e insieme, senza “scaricare” sulle
associazioni e sul privato sociale tutto il carico di questa
problematica.
L’altro versante di intervento, per il quale è comunque funzionale
questo “lavoro di squadra”, è quello della prevenzione: «Dobbiamo
lavorare tutti – sottolineano con forza Antonella Rossi e Claudia Dato
– affinché il disagio non arrivi a forme estreme e si estenda. È un
impegno che riguarda la famiglia, reti di famiglie che si parlino e si
aiutino a vicenda, la scuola, l’oratorio, le istituzioni. Quando una
famiglia mostra una difficoltà al suo interno e magari si rivolge ai
Servizi per chiedere aiuto, non può più essere lasciata sola». |
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